Tra le varie tecnologie energetiche emergenti sta attirando crescente attenzione l’energy harvesting, un approccio che consente ai dispositivi elettronici di produrre autonomamente piccole quantità di energia sfruttando risorse già presenti nell’ambiente. Non si tratta di una soluzione pensata per la produzione energetica su larga scala, ma di una tecnologia progettata per alimentare dispositivi a basso consumo, come sensori e sistemi di monitoraggio.

La diffusione sempre più capillare di dispositivi connessi sta cambiando il modo in cui edifici, infrastrutture e reti energetiche vengono gestiti. Piccoli dispositivi come sensori ambientali o strumenti di raccolta dati sono ormai presenti in molti contesti, dalle città intelligenti agli impianti industriali. In questo scenario emerge un problema pratico: come alimentare nel tempo una grande quantità di dispositivi distribuiti nello spazio.

L’utilizzo di batterie rappresenta spesso la soluzione più semplice, ma comporta costi e attività di manutenzione che possono diventare rilevanti quando il numero di sensori aumenta. L’energy harvesting propone un approccio differente, basato sul recupero di piccole quantità di energia disponibili nell’ambiente circostante e sulla loro conversione in elettricità utilizzabile.

Come funziona l’energy harvesting

Il principio dell’energy harvesting si basa sulla possibilità di intercettare forme di energia che normalmente vengono disperse e convertirle in energia elettrica. Nell’ambiente in cui viviamo sono infatti presenti numerosi fenomeni fisici che generano piccole quantità di energia, spesso insufficienti per applicazioni tradizionali ma comunque utilizzabili per alimentare dispositivi progettati per consumi molto ridotti.

Tra le fonti più utilizzate rientra la luce, che può essere trasformata in elettricità attraverso piccole celle fotovoltaiche integrate nei dispositivi. In altri casi vengono sfruttate vibrazioni meccaniche generate da macchinari, traffico o movimenti strutturali, convertite in energia elettrica tramite materiali piezoelettrici. Anche le differenze di temperatura tra superfici o ambienti diversi possono essere utilizzate grazie a dispositivi basati su effetti termoelettrici.

L’energia prodotta da queste fonti è limitata, ma può risultare sufficiente per alimentare sensori a bassissimo consumo o per ricaricare piccoli sistemi di accumulo che garantiscono il funzionamento continuo dei dispositivi.

Un supporto alla diffusione dell’Internet of Things

Uno degli ambiti in cui l’energy harvesting sta suscitando maggiore interesse è quello dell’Internet of Things. La crescente presenza di dispositivi connessi comporta la creazione di reti di sensori distribuiti negli edifici, nelle infrastrutture urbane e nei sistemi energetici.

In molti di questi contesti la difficoltà principale non riguarda tanto l’installazione dei sensori, quanto la gestione della loro alimentazione nel lungo periodo. La sostituzione delle batterie può diventare complessa e costosa, soprattutto quando i dispositivi sono installati in posizioni difficilmente accessibili o in ambienti estesi.

L’energy harvesting offre la possibilità di progettare dispositivi capaci di alimentarsi autonomamente sfruttando l’energia disponibile nell’ambiente. Questo approccio potrebbe rendere più sostenibile la diffusione di sistemi di monitoraggio permanenti, riducendo al tempo stesso la necessità di interventi di manutenzione.

Nel contesto delle infrastrutture energetiche e delle smart city, la presenza di sensori autonomi potrebbe migliorare il controllo dei consumi, la gestione degli impianti e il monitoraggio delle condizioni ambientali.

Applicazioni negli edifici intelligenti

Gli edifici rappresentano un contesto particolarmente interessante per l’impiego dell’energy harvesting. All’interno degli spazi costruiti sono infatti presenti numerose fonti di energia diffusa che possono essere sfruttate per alimentare dispositivi elettronici.

La luce naturale o artificiale, le variazioni di temperatura tra ambienti diversi e le vibrazioni generate dagli impianti o dalle attività umane costituiscono potenziali fonti energetiche per sensori e sistemi di monitoraggio. In questi casi l’energy harvesting può contribuire a ridurre l’utilizzo di batterie tradizionali, facilitando l’installazione di reti di sensori più estese.

Questa possibilità è particolarmente interessante per i sistemi di gestione energetica degli edifici. La disponibilità di dati continui su temperatura, qualità dell’aria, presenza e consumi energetici consente infatti di ottimizzare il funzionamento degli impianti e migliorare l’efficienza complessiva dell’edificio.

Limiti tecnologici e sfide ancora aperte

Nonostante il crescente interesse, l’energy harvesting presenta ancora alcune criticità che ne limitano l’applicazione su larga scala. La quantità di energia disponibile nelle fonti ambientali è generalmente ridotta e può variare nel tempo, rendendo necessario progettare dispositivi estremamente efficienti dal punto di vista dei consumi.

L’evoluzione dell’elettronica a bassissima potenza rappresenta quindi un elemento chiave per lo sviluppo di queste tecnologie. Sensori e circuiti devono essere in grado di funzionare con quantità minime di energia, adattandosi alle variazioni della fonte energetica disponibile.

Un altro aspetto riguarda la continuità di funzionamento dei dispositivi, perché le fonti energetiche ambientali non sono sempre costanti, è spesso necessario integrare sistemi di accumulo temporaneo o strategie di gestione dell’energia che garantiscano l’operatività dei sensori anche in condizioni meno favorevoli.

Nonostante queste sfide, i progressi nei materiali, nella microelettronica e nei sistemi di gestione energetica stanno rendendo l’energy harvesting sempre più interessante per diverse applicazioni.

Una tecnologia che può supportare la transizione energetica

L’energy harvesting non è destinato a sostituire le tecnologie di produzione energetica tradizionali o rinnovabili. Il suo contributo alla transizione energetica riguarda piuttosto la capacità di rendere più efficiente l’utilizzo dell’energia nei sistemi digitali e nelle infrastrutture intelligenti.

La possibilità di alimentare sensori e dispositivi senza ricorrere a batterie tradizionali potrebbe ridurre l’impatto ambientale legato alla produzione e allo smaltimento di milioni di accumulatori. Allo stesso tempo, la diffusione di reti di sensori autonome può migliorare la raccolta di dati e la gestione dei consumi energetici.

In questo contesto l’energy harvesting si inserisce in un insieme più ampio di innovazioni tecnologiche che possono trasformare il settore dell’energia. La combinazione tra digitalizzazione e gestione intelligente dei sistemi energetici rappresenta infatti uno degli elementi chiave per lo sviluppo delle città e delle infrastrutture del futuro.


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